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La bimba di Vada lasciata in auto sotto il sole: "Gaia, mai più una morte così"


I genitori: "Dispositivi sui seggiolini. Ora serve una legge"

 

Vada, 14 agosto 2016

di Cecilia MORELLO

SONO trascorsi poco più dieci giorni. Allora un volo di palloncini bianchi sopra la chiesa del paesino di Vada, nel Livornese, ha accompagnato Gaia nell’ultimo viaggio. La piccola, neppure un anno e mezzo, è morta dopo essere rimasta chiusa in auto per quattro ore. Lasciata lì dalla madre, vittima di una amnesia dissociativa momentanea. Ora i genitori, Stefano e Michela Onida, sono pronti a parlare. Vogliono farlo perché «non deve succedere mai più, a nessun altro. Perché – dicono, a una voce sola – ci sono troppi genitori che pensano di essere infallibili». Lo dimostrano i tanti, troppi giudizi lanciati nel web.

«COME si può dimenticare un figlio in auto? Mia moglie non si è dimenticata proprio nulla – risponde Stefano, una carriera da architetto che lo portava lontano da casa, abbandonata per aprire la pescheria con Michela e stare così più vicino alla famiglia –. Dimenticare è un termine sbagliato. Io la conosco come le mie tasche, so il valore aggiunto del suo essere mamma, so quanto ama le sue figlie. Stava portando le bambine all’asilo, non andava a 200 chilometri all’ora».

QUELLA mattina però Gaia al nido non l’ha lasciata.

«La più grande mi ha chiesto di portare prima lei al campo estivo. Dopo sono passata davanti all’asilo, ho incontrato mia zia in negozio e mi ha chiesto delle bimbe. Per me era là, felice. Siamo presi da una centrifuga di cose da fare, da mille pensieri...». Un black out, rotto solo nel momento in cui è salita in auto, ore dopo, e ha sentito alle sue spalle un sospiro: sul seggiolino c’era Gaia. La folle corsa dal marito con la bambina. Lui che tenta di rianimarla, che le chiede di fare il verso del gabbiano, uno di quei giochi che erano soliti fare. «Lei mi guardava con quegli occhioni e pareva dirmi ‘babbo, lo so come fa il gabbiano, ma ora non ce la faccio’». In ospedale a Cecina trovano Riccardo Ristori, che, oltre a essere medico d’urgenza, è anche attivo nella prevenzione delle ‘morti evitabili’, come quella di Gaia. «Non smetterò mai di ringraziarlo. Ero sotto choc – racconta Michela – e mi ha spiegato che cosa mi era successo e perché. Si chiama amnesia dissociativa temporanea».

«ESISTONO dei dispositivi che avvertono della presenza del bambino sul seggiolino. Io non sapevo del problema, non sapevo neanche che esistessero. Costano 60 euro, ne avrei preso uno». È qui che la forza di Stefano traballa, che la rabbia per un attimo prende il sopravvento. «Ci sono state quattro proposte di legge. Ma è un problema che fa paura, mette in discussione l’infallibilità del ruolo di genitore, della mamma manager». Gaia, ne sono entrambi convinti, era nata per aiutare gli altri, lo hanno detto anche il giorno del funerale.

«IL SUO CUORE non ha mai smesso di battere – dice mamma Michela con orgoglio mentre trattiene a stento le lacrime –. Neanche ora che palpita nel cuore di un altro bambino». Come gli occhi e gli altri organi che hanno salvato vite. Ma Stefano e Michela non si fermano qui. Hanno creato un’associazione intitolata a Gaia. «Perché devono ascoltarci, rendere obbligatori questi dispositivi. Perché si deve parlare di questo problema, tutti devono sapere che può succedere a chiunque, perché nessun altro bambino muoia. E se accadrà vorrà dire che non abbiamo fatto abbastanza». Una missione, perché tutto questo dolore non sia inutile.

Il 18 agosto ci sarà una prima iniziativa benefica e divulgativa organizzata dagli amici di Vada. Per dare una mano all'associazione è possibile anche contribuire con una donazione (filiale Monte dei Paschi di Rosignano Marittimo, iban IT21F0103025100000000973256)

... (leggi l'articolo sul sito de La Nazione)

 

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